
©Adobestock
Schivi, taciturni e asociali uniamoci! Perché il tempo passa e rimanere soli può costarci quindici anni di vita.
Avete presente quel meme intitolato La mia cerchia di amici che è passato sui social tempo fa, in cui un grafico rappresentava il numero decrescente di amici dall’adolescenza in poi? Le colonnine di una specie di istogramma mostravano venti amici di media per l’adolescenza, dodici per i vent’anni, quattro per i quaranta e solo un cane e un gatto per i decenni successivi. Una semplificazione che fa sorridere e che sembra esagerata ma che, a ben guardare, rispecchia la situazione di molti di noi, considerati anche i numerosi like e commenti di conferma che il meme ha ricevuto. Niente di strano, visto che diverse ricerche hanno dimostrato come le amicizie effettivamente siano diminuite di anno in anno dalla fine del secolo scorso a oggi, in particolare per gli uomini, e soprattutto quanto calino drasticamente da una certa età in poi. È il fenomeno che negli Stati Uniti dagli esperti è stato battezzato friendship recession, o recessione dell’amicizia, e il momento di svolta nella vita di ognuno di noi, individuato dai ricercatori, è quello dei venticinque anni.
Prendiamone atto
Un bel problema, visto che già due meta analisi dei ricercatori della Brigham Young University nello Utah, la prima su centoquarantotto studi e la seconda su settanta, avevano concluso come solitudine e isolamento sociale influiscano negativamente sull’aspettativa di vita aumentando il rischio di morte prematura del 50%, proprio come fumare o bere alcol, e ancora più di obesità e inattività fisica. Il motivo, secondo una ricerca della Ohio State University, è semplice: la solitudine non desiderata produce stress e in risposta a questo stress l’organismo scatena una produzione eccessiva di citochine proinfiammatorie. Una ricerca pubblicata pochi mesi fa sulla rivista Nature Human Behaviour e condotta dall’Università di medicina di Guangzhou, in Cina, ha confermato una forte correlazione tra solitudine e circa trenta malattie, dalla depressione ai disturbi cardiovascolari, dalla schizofrenia al diabete. E un ulteriore recente studio della Harvard Medical School ha dimostrato come la solitudine aumenti i livelli di fibrinogeno e di conseguenza il rischio di infarto e ictus. Insomma, non avere amici, o meglio “buoni” amici perché le amicizie ambivalenti fanno più danno che altro, può esserci fatale. Come sintetizza Massimo Spattini, medico specialista in medicina dello sport e scienza dell’alimentazione, oltre che esperto di medicina rigenerativa e anti-aging, nel suo ultimo libro Le 3 chiavi della longevità. Magri, forti, felici (Edizioni Lswr, 2024), “la solitudine può costarci quindici anni di vita”.
Non siamo “i soli”
Anche le istituzioni hanno compreso la portata e la gravità del fenomeno. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la solitudine rappresenta ormai una minaccia alla salute globale degli individui e delle comunità, al punto che ha istituito per il triennio 2024-2026 una commissione specifica, chiamata Commission on Social Connection, per mettere a punto un’agenda e una serie di azioni volte a sensibilizzare e supportare la popolazione. Le statistiche dicono infatti che negli Stati Uniti tre adulti su cinque si considerano soli e in Europa il 55% delle persone dichiara di provare solitudine con frequenza variabile. È stato anche rilevato che un residente su dieci nell’Ue è solo per la maggior parte del tempo. Nel Regno Unito il problema ha raggiunto una tale gravità che nel 2018 il Primo ministro ha dovuto istituire il Ministero della Solitudine. A essere a rischio non sono solo adulti e anziani, per i quali solitudine e isolamento sono particolarmente critici, ma anche il 5-15% degli adolescenti.
Tempo libero cercasi
Ma perché è così difficile stare in buona compagnia? I motivi sono tanti. Ai dati dei censimenti, che mostrano una popolazione sempre più frammentata con un italiano su tre che vive da solo, a causa anche di separazioni e divorzi, e con sempre meno figli, si aggiunge l’impegno costante del lavoro, che assorbe la maggior parte del tempo e tiene la mente occupata anche fuori orario, senza alcuno sconto da parte del tanto sbandierato progresso che ci avrebbe dovuto alleggerire e semplificare la vita. C’è poi lo sviluppo incontrollato che ci ha trasformato in individui tra loro in competizione, la disgregazione del senso di comunità e dei luoghi di aggregazione, il costo della vita che ci fa trasferire e allontanare, l’assistenza ai figli e ai genitori anziani. E soprattutto c’è la tecnologia, che ci rende autonomi per acquisti, burocrazia, comunicazioni, intrattenimento, viaggi e molto altro, ma ci isola dal resto del mondo rendendo superflua qualsiasi richiesta di informazione o servizio. I social, sui quali mostriamo una versione selezionata e patinata di noi stessi, stanno depredando una parte importante della nostra vita, quella vera. Sono diventati un lavoro a tutti gli effetti che, tra foto, video e brevi testi, impegna per ore e ore soprattutto le adolescenti. I maschi, dal canto loro, perdono la cognizione del tempo con i videogame.
Non tutto è perduto
L’idea di incontrarsi, spesso, è pura illusione. Si è arrivati perfino a parlare di “amicizie a progetto”. Perché l’intenzione di vedersi c’è sempre, ma mettersi d’accordo su Whatsapp è come vincere un terno al lotto: così il progetto salta per il giorno stabilito e si rinnova ogni volta nella speranza che vada in porto. Pensare di crearci un gruppo di mutuo aiuto per quando saremo anziani e fragili, come i moai degli abitanti di Okinawa, gruppi di cinque amici che si impegnano a sostenersi e frequentarsi per tutta la vita, è un’utopia. Soprattutto se siamo già adulti e non abbiamo amici di gioventù nelle vicinanze. L’unica speranza è riposta nella progressiva diffusione dei “condomini solidali”, strutture pensate per la condivisione e l’aiuto reciproco grazie alla presenza di spazi comuni. Ma secondo David Robson, autore di The laws of connection (Canongate Books, 2024), saggio inglese nato dalle ultime ricerche di psicologia e neuroscienze, dovremmo comunque impegnarci e investire nei rapporti le stesse energie che impieghiamo nel seguire una dieta sana o fare sport. Tra le strategie da mettere in pratica: non approcciare mai qualcuno in modo sfuggente pensando di non essere interessanti, ascoltare, apprezzare apertamente l’interlocutore, essere gentili e curiosi anche quando si è in disaccordo, chiedere aiuto quando se ne ha bisogno, mostrarsi grati, applicare la fast-friend procedure, ossia una serie di domande via via più personali per entrare rapidamente in confidenza con qualcuno. Utile, secondo gli esperti, anche lavorare da remoto in luoghi pubblici, iscriversi a un’attività di gruppo, approfondire una conoscenza o ricontattare chi si è perso di vista. Infine, anche se un amico stretto rimane sempre la soluzione migliore, gli psicologi della University of Sussex hanno scoperto che perfino i legami sociali più deboli possono essere d’aiuto. Un collega simpatico in cui ci imbattiamo una volta a settimana o il commesso del negozio di accessori per animali che ci chiede del nostro gatto possono alleggerirci la giornata. E più ci sforzeremo di attaccare bottone, più sarà facile e soddisfacente.
di Rita Spàngaro
Articolo tratto da FV 73

©Adobestock
Schivi, taciturni e asociali uniamoci! Perché il tempo passa e rimanere soli può costarci quindici anni di vita.
Avete presente quel meme intitolato La mia cerchia di amici che è passato sui social tempo fa, in cui un grafico rappresentava il numero decrescente di amici dall’adolescenza in poi? Le colonnine di una specie di istogramma mostravano venti amici di media per l’adolescenza, dodici per i vent’anni, quattro per i quaranta e solo un cane e un gatto per i decenni successivi. Una semplificazione che fa sorridere e che sembra esagerata ma che, a ben guardare, rispecchia la situazione di molti di noi, considerati anche i numerosi like e commenti di conferma che il meme ha ricevuto. Niente di strano, visto che diverse ricerche hanno dimostrato come le amicizie effettivamente siano diminuite di anno in anno dalla fine del secolo scorso a oggi, in particolare per gli uomini, e soprattutto quanto calino drasticamente da una certa età in poi. È il fenomeno che negli Stati Uniti dagli esperti è stato battezzato friendship recession, o recessione dell’amicizia, e il momento di svolta nella vita di ognuno di noi, individuato dai ricercatori, è quello dei venticinque anni.
Prendiamone atto
Un bel problema, visto che già due meta analisi dei ricercatori della Brigham Young University nello Utah, la prima su centoquarantotto studi e la seconda su settanta, avevano concluso come solitudine e isolamento sociale influiscano negativamente sull’aspettativa di vita aumentando il rischio di morte prematura del 50%, proprio come fumare o bere alcol, e ancora più di obesità e inattività fisica. Il motivo, secondo una ricerca della Ohio State University, è semplice: la solitudine non desiderata produce stress e in risposta a questo stress l’organismo scatena una produzione eccessiva di citochine proinfiammatorie. Una ricerca pubblicata pochi mesi fa sulla rivista Nature Human Behaviour e condotta dall’Università di medicina di Guangzhou, in Cina, ha confermato una forte correlazione tra solitudine e circa trenta malattie, dalla depressione ai disturbi cardiovascolari, dalla schizofrenia al diabete. E un ulteriore recente studio della Harvard Medical School ha dimostrato come la solitudine aumenti i livelli di fibrinogeno e di conseguenza il rischio di infarto e ictus. Insomma, non avere amici, o meglio “buoni” amici perché le amicizie ambivalenti fanno più danno che altro, può esserci fatale. Come sintetizza Massimo Spattini, medico specialista in medicina dello sport e scienza dell’alimentazione, oltre che esperto di medicina rigenerativa e anti-aging, nel suo ultimo libro Le 3 chiavi della longevità. Magri, forti, felici (Edizioni Lswr, 2024), “la solitudine può costarci quindici anni di vita”.
Non siamo “i soli”
Anche le istituzioni hanno compreso la portata e la gravità del fenomeno. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la solitudine rappresenta ormai una minaccia alla salute globale degli individui e delle comunità, al punto che ha istituito per il triennio 2024-2026 una commissione specifica, chiamata Commission on Social Connection, per mettere a punto un’agenda e una serie di azioni volte a sensibilizzare e supportare la popolazione. Le statistiche dicono infatti che negli Stati Uniti tre adulti su cinque si considerano soli e in Europa il 55% delle persone dichiara di provare solitudine con frequenza variabile. È stato anche rilevato che un residente su dieci nell’Ue è solo per la maggior parte del tempo. Nel Regno Unito il problema ha raggiunto una tale gravità che nel 2018 il Primo ministro ha dovuto istituire il Ministero della Solitudine. A essere a rischio non sono solo adulti e anziani, per i quali solitudine e isolamento sono particolarmente critici, ma anche il 5-15% degli adolescenti.
Tempo libero cercasi
Ma perché è così difficile stare in buona compagnia? I motivi sono tanti. Ai dati dei censimenti, che mostrano una popolazione sempre più frammentata con un italiano su tre che vive da solo, a causa anche di separazioni e divorzi, e con sempre meno figli, si aggiunge l’impegno costante del lavoro, che assorbe la maggior parte del tempo e tiene la mente occupata anche fuori orario, senza alcuno sconto da parte del tanto sbandierato progresso che ci avrebbe dovuto alleggerire e semplificare la vita. C’è poi lo sviluppo incontrollato che ci ha trasformato in individui tra loro in competizione, la disgregazione del senso di comunità e dei luoghi di aggregazione, il costo della vita che ci fa trasferire e allontanare, l’assistenza ai figli e ai genitori anziani. E soprattutto c’è la tecnologia, che ci rende autonomi per acquisti, burocrazia, comunicazioni, intrattenimento, viaggi e molto altro, ma ci isola dal resto del mondo rendendo superflua qualsiasi richiesta di informazione o servizio. I social, sui quali mostriamo una versione selezionata e patinata di noi stessi, stanno depredando una parte importante della nostra vita, quella vera. Sono diventati un lavoro a tutti gli effetti che, tra foto, video e brevi testi, impegna per ore e ore soprattutto le adolescenti. I maschi, dal canto loro, perdono la cognizione del tempo con i videogame.
Non tutto è perduto
L’idea di incontrarsi, spesso, è pura illusione. Si è arrivati perfino a parlare di “amicizie a progetto”. Perché l’intenzione di vedersi c’è sempre, ma mettersi d’accordo su Whatsapp è come vincere un terno al lotto: così il progetto salta per il giorno stabilito e si rinnova ogni volta nella speranza che vada in porto. Pensare di crearci un gruppo di mutuo aiuto per quando saremo anziani e fragili, come i moai degli abitanti di Okinawa, gruppi di cinque amici che si impegnano a sostenersi e frequentarsi per tutta la vita, è un’utopia. Soprattutto se siamo già adulti e non abbiamo amici di gioventù nelle vicinanze. L’unica speranza è riposta nella progressiva diffusione dei “condomini solidali”, strutture pensate per la condivisione e l’aiuto reciproco grazie alla presenza di spazi comuni. Ma secondo David Robson, autore di The laws of connection (Canongate Books, 2024), saggio inglese nato dalle ultime ricerche di psicologia e neuroscienze, dovremmo comunque impegnarci e investire nei rapporti le stesse energie che impieghiamo nel seguire una dieta sana o fare sport. Tra le strategie da mettere in pratica: non approcciare mai qualcuno in modo sfuggente pensando di non essere interessanti, ascoltare, apprezzare apertamente l’interlocutore, essere gentili e curiosi anche quando si è in disaccordo, chiedere aiuto quando se ne ha bisogno, mostrarsi grati, applicare la fast-friend procedure, ossia una serie di domande via via più personali per entrare rapidamente in confidenza con qualcuno. Utile, secondo gli esperti, anche lavorare da remoto in luoghi pubblici, iscriversi a un’attività di gruppo, approfondire una conoscenza o ricontattare chi si è perso di vista. Infine, anche se un amico stretto rimane sempre la soluzione migliore, gli psicologi della University of Sussex hanno scoperto che perfino i legami sociali più deboli possono essere d’aiuto. Un collega simpatico in cui ci imbattiamo una volta a settimana o il commesso del negozio di accessori per animali che ci chiede del nostro gatto possono alleggerirci la giornata. E più ci sforzeremo di attaccare bottone, più sarà facile e soddisfacente.
di Rita Spàngaro
Articolo tratto da FV 73
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