carichi di uno strano senso di fiducia verso il futuro e di ispirazione. Chissà, magari ciò che avete visto vi spingerà alla creazione di nuovi eventi o punti di incontro per la comunità LGBT+ su suolo italiano. D’altronde, le idee migliori germogliano grazie alla contaminazione.”
di Ilaria Pompei
Berlino, la città più queer d’Europa
Dimentichiamo di associare Berlino al Pergamon, alla Fernsehturm, alla Porta di Brandeburgo e per una volta, almeno per una volta, cerchiamo di volgere lo sguardo altrove, mettendo a fuoco ciò che, purtroppo, viene spesso considerato come di minore importanza o, addirittura, inutile. Mi riferisco alla storia queer, di cui Berlino rappresenta sin dagli anni Settanta il cuore d’Europa, grazie anche ai numerosi scambi culturali avuti con New York, teatro nel 1969 dei famosi moti di Stonewall, che, come forse è noto, sanciscono a livello globale l’inizio del movimento di liberazione gay.

Consigli di viaggio
A portata di tutti i tipi di budget, la capitale tedesca è ormai raggiungibile da molte città italiane e rientra tra quelle mete che, almeno una volta nella vita, devono essere toccate. Di sicuro, il periodo migliore per vivere il lato queer di Berlino è il mese del Pride, che culmina con il Christopher Street Day, la festosa celebrazione che da più di trent’anni onora la diversità e rivendica diritti per le persone LGBT+. Niente paura però. Se non riuscirete a essere a Berlino per questo giugno, troverete di seguito alcuni luoghi chiave nonché consigli su eventi e manifestazioni che si ripetono ciclicamente. Tuttavia, prima di dare spazio ai consigli di viaggio, è doveroso spendere qualche parola per illustrare la nascita della Berlino queer.
Nascita della Berlino queer
Rosa von Praunheim e le basi per il movimento LGBT+
Nel 1970 Rosa von Praunheim (pseudonimo del giovane regista Holger Mischwitzky) scuote la Germania dell’Ovest con il suo film Non è l’omosessuale a essere perverso, ma la situazione in cui vive. Realizzato per volere dell’emittente televisiva WDR in seguito a una riforma del codice penale tedesco, grazie alla quale nel 1969 venne abolito il reato di omosessualità tra adulti consenzienti, il documentario dà inizio a una vera e propria rivoluzione socioculturale all’interno del Paese. Nella sua opera, il regista mostra la vita di un comune ragazzo gay, costretto dai pregiudizi della provincia ad abbandonare il luogo di nascita per recarsi nella grande città dove, circondato da persone con un simile vissuto, ha modo di scoprire la propria identità sessuale e politica. Oltre a (ri)aprire il dibattito sull’omosessualità in una nazione che ancora impacciatamente gestisce l’ingombrante eredità del nazionalsocialismo, il film getta le basi per il movimento LGBT+ in Germania, invitando le persone gay a coniugare il proprio orientamento sessuale con forme di attivismo ma, soprattutto, a uscire dall’invisibilità. Questa semplice esortazione avrà vasta risonanza con il successo del film e finirà addirittura per incidere sul tessuto urbano della capitale tedesca.
L’inclusione, la parte pulsante della realtà berlinese
La città ha fatto della sua accoglienza una bandiera politica, tanto da non rimanere circoscritta ai soli quartieri notoriamente gay. Come non vi mancherà di notare, l’inclusione è infatti la parte pulsante della realtà berlinese e, con molta facilità, vi imbatterete in guide turistiche create ad hoc per il turismo queer, nelle quali vengono elencati hotel e ostelli LGBT+ friendly, librerie, bar o addirittura farmacie (si riconoscono dall’adesivo arcobaleno sulle vetrine).
Il sindaco Klaus Wowereit
La spinta decisiva alla creazione di questa identità avviene nei primi anni Duemila grazie al sindaco Klaus Wowereit, che, oltre ad aver coniato per la sua città il famoso motto Arm aber sexy (povera ma sexy) e aver contribuito all’inserimento delle unioni civili per persone dello stesso sesso nella legislazione tedesca, inizia la sua carriera amministrativa nel 2001 con un coming out semplice e disarmante: “Sono gay e va bene così”.
Lo scienziato Magnus Hirschfeld
Sarebbe però ingiusto soffermarsi solo sulla storia più recente senza ricordare il contributo dello scienziato omosessuale Magnus Hirschfeld, che proprio a Berlino fonda nel 1919 l’Istituto per la ricerca sessuale, centro di prestigio internazionale e simbolo della lotta ai diritti di gay, lesbiche, persone transgender e intersex nonché per l’emancipazione femminile. La sede viene vandalizzata nel 1933 dai nazisti per poi essere rasa al suolo durante la Seconda guerra mondiale. A memoria dell’importante organizzazione si può visitare oggi nel quartiere Tiergarten, proprio dove sorgeva l’Istituto e non distante dal Memoriale alle vittime LGBT+ del nazismo, una piccola colonna che ogni giugno, mese dedicato al Gay Pride, diventa meta di pellegrinaggio per chi vuole omaggiare l’attivismo e il contributo scientifico di Magnus Hirschfeld. Conosciuta per lo spazio verde più vasto della capitale, la zona è già parte del “classico” itinerario turistico. Non risulterà quindi per nulla difficile includere nel vostro percorso una piccola visita ai due monumenti.
Il lato più queer di Berlino

Forse non è un caso che il lato più queer di Berlino sia nato in prossimità dell’Istituto di Hirschfeld, tra Tiergarten, Schöneberg e parte di Wilmersdorf, in un’area che tocca punti nevralgici come la Siegessäule e Nollendorfplatz. In questi quartieri la settima arte è stata infatti essenziale per il movimento LGBT+ e il suo radicamento nella capitale tedesca. I film di Rosa von Praunheim, Lothar Lambert e Frank Ripploh diventano negli anni Settanta e Ottanta il fiore all’occhiello di molte sale indipendenti che come Filmkunst 66 organizzano dibattiti politici su tematiche queer in concomitanza degli spettacoli. L’importanza del cinema come momento d’incontro viene consolidata a Berlino con l’avvento dell’AIDS, periodo durante il quale la settima arte diventa per la comunità LGBT+, soprattutto maschile, mezzo d’informazione. Non è raro infatti vedere invitati ai film medici e scienziati che, a proiezione conclusa, fanno divulgazione e rispondono alle domande del pubblico con l’auspicio di fermare la pandemia, diffondere consapevolezza, scardinare lo stigma.
Lo schwuZ
Fulcro di queste attività è lo SchwuZ, centro polifunzionale a sostegno delle persone LGBT+, fondato da Rosa von Praunheim, un gruppo di studenti e alcuni membri dell’Homosexuelle Aktion Westdeuschland (Azione Omosessuale della Germania dell’Ovest), con lo scopo di creare un safe space per “[quelli] che sono o vogliono diventare attivi contro la discriminazione di persone queer, dei gay, dell’omosessualità in generale”, come si legge nello statuto di fondazione.
Cabaret, attivismo e lotta all’AIDS
Soprattutto negli anni Ottanta, l’attività di cineforum viene affiancata all’interno dello SchwuZ da nuovi formati, come ad esempio gli spettacoli di Pepsi Boston e Melitta Sundström, che con le loro performance in drag uniscono cabaret ad attivismo e lotta all’AIDS. Da un edificio fatiscente della Kulmer Straße, passando per Mehringdamm e Hasenheide, lo SchwuZ ha cambiato più volte la propria sede, finendo per lasciare un segno in ogni luogo da esso toccato. Non è un caso, infatti, che ad aver preso il suo posto nella Kulmer Straße è oggi un centro di assistenza e supporto psicologico per lesbiche, trans e persone non binary. L’attuale sede dello SchwuZ, tutt’oggi molto attivo, si trova nel quartiere multietnico di Neukölln, terreno di prova di molti esperimenti sociali e politici.

ph credits: SchwuZ, Berlin
L’offerta culturale, ampliata e modificata nel tempo
L’offerta dell’istituzione queer si è ampliata e modificata nel tempo, iniziando a inglobare clubbing, arti visive, panel su temi come razzismo e femminismo intersezionale, nonché drag show con particolare attenzione verso l’inclusione di artisti provenienti da zone di guerra e contesti di forte discriminazione, grazie all’uso dell’inglese come lingua franca. Oltre a essere suddiviso in diverse categorie in base al tipo di evento, il sito dello Schwuz è consultabile anche in inglese. Per chi fosse interessato, consiglio di visitarlo per tempo, in modo da valutare la sua ampia offerta, nonché l’eventuale acquisto dei biglietti laddove ce ne fosse bisogno.
Cinema queer
Nel corso degli anni si sono affermati a Berlino nuovi appuntamenti per il cinema queer, come i Teddy Award, la sezione LGBT+ che dal 1987 è costante della Berlinale, i MonGay, i lunedì che gli Yorck Kino dedicano ai film queer, e le diverse attività di Arsenal e.V., un’associazione cinematografica che ospita con frequenza manifestazioni per la “comunità arcobaleno” con lo scopo di promuovere film indipendenti e narrative diverse dalla “classica” interpretazione hollywoodiana dell’essere queer, purtroppo spesso accompagnata dalla ripetizione di stereotipi.
Prendere parte agli screening senza conoscere il tedesco è molto facile: parecchi film vengono infatti proiettati con sottotitoli in inglese, tuttavia conviene sempre informarsi prima di acquistare il biglietto.
Istituzioni e manifestazioni culturali LGBT+
Come si può facilmente intuire, la cinefilia non è l’unica forma espressiva dell’anima queer a Berlino. La capitale tedesca custodisce molte altre istituzioni e manifestazioni culturali LGBT+ degne di nota, che, con un po’ di organizzazione, possono essere di facile accesso. L’archivio Spinnboden costituisce dal 1972 un importante punto di riferimento per la comunità lesbica/fem, con numerosi workshop e attività anche in lingua inglese sulla storia femminile della capitale tedesca. Pur se di secondaria importanza per il turismo, è forse bello ricordare la struttura per la sua attività di counseling dedicata a persone che contemplano il coming out e sessioni di terapia per coppie non etero.
Se siete fan della musica mediorientale e non vedete l’ora di assaporarne le note a una latitudine atipica, potreste considerare Gayahane. L’evento è stato creato negli anni Novanta per volere di alcuni attivisti di seconda generazione della comunità araba e turca affiancati da esponenti del partito Die Linke, diventando poco dopo appuntamento fisso del club SO36 grazie al suo format speciale, con un mix tra drag e danza del ventre. Chi organizza lo show è molto attento alla privacy dei partecipanti, per questo vige un rigoroso divieto di fotografare e filmare l’evento.
Lo Schwules Museum*
Per quanto a Berlino si possano trovare infinite declinazioni del queer, c’e da considerare una tappa obbligatoria: lo Schwules Museum*, il “museo omosessuale” di Berlino. Fondato nel 1985, l’istituzione deriva dal successo della mostra Eldorado, donne e uomini omosessuali a Berlino (1850 – 1950), che arrivò ad avere più di 40.000 visitatori, dimostrando l’urgenza di creare uno spazio per narrare la storia queer. Nei primi anni di vita del museo, vengono affrontati esclusivamente temi riguardanti l’identità maschile, come l’esposizione del 1997 dedicata al centenario del movimento omosessuale e quella del 2000, incentrata sulla persecuzione degli uomini gay durante il nazismo. La svolta viene avviata nel 2008, quando il nome Schwules Museum inizia a essere accompagnato dall’asterisco (*), simbolo che nella lingua tedesca viene usato per includere l’intero spettro LGBT+, evitando “genderizzazioni” e soprattutto il binomio maschile/femminile. Pur non accontentando tutti, questa formula linguistica ha permesso di preservare il nome storico, connettendolo senza stravolgimenti agli odierni approcci più inclusivi delle teorie di genere.

ph credits: Schwules Museum*
La sede
L’attuale sede del museo è ubicata nella Lützowstraße, non lontano da Tiergarten. L’istituzione si estende su tre piani, ben accessibili a persone con disabilità motoria. La parte prettamente museale è supportata da una biblioteca di circa 16.000 volumi (molto famosa è la collezione di manga) e un archivio ibrido che preserva più 50.000 oggetti, come vestiti di scena, materiale informativo su diritti dei lavoratori LGBT+ e AIDS, film su diverso formato (come VHS e 8 mm), carteggi, poster.
Il catalogo
Il catalogo dello Schwules Museum* viene aggiornato e ampliato di continuo grazie ai numerosi lasciti che l’istituzione riceve da noti personaggi queer del panorama culturale tedesco. La mostra permanente del museo si contraddistingue per il suo carattere storico, insistendo sulla evoluzione del paragrafo 175 del codice penale tedesco, che ha inciso sulla vita della comunità LGBT+ dal 1872 al 1994, le persecuzioni durante la dittatura, la percezione della transessualità attraverso i decenni, con particolare attenzione verso i primi passi della chirurgia di riassegnazione del sesso, campo nel quale l’Istituto per la ricerca sessuale di Magnus Hirschfeld ha avuto un ruolo decisivo.

ph credits: Schwules Museum*
Nella prima parte del 2023 le esposizioni temporanee dello Schwules Museum* comprendono Love at First Fight!, una mostra multimediale che evidenzia l’importanza dell’attivismo queer dopo Stonewall e delle alleanze con i movimenti femministi e antirazzisti nell’underground berlinese, nonché Queering the Crip Cripping the Queer, una completa analisi delle intersezioni tra identità LGBT+ e disabilità. Scopo della mostra è quello di far riflettere i visitatori su un punto che accomuna le persone LGBT+ con le persone disabili: questi due gruppi condividono infatti una storia di ingiustizia, essendo stati nel corso del tempo ripetutamente patologizzati dalla medicina, demonizzati dalla religione, discriminati dalle istituzioni, stereotipati dai media. La mostra è in gran parte curata da persone queer/disabili; le opere esposte degli artisti affrontano diversi tipi di disabilità, da quella mentale a quella fisica, riflettendo soprattutto sulla fantasia e sull’imposizione sociale del “corpo perfetto”.
Il viaggio nella Berlino queer
Con molta probabilità, il viaggio attraverso la Berlino queer vi avrà scaldato l’anima. Sarà allora il momento di tornare a casa, carichi di uno strano senso di fiducia verso il futuro e di ispirazione. Chissà, magari ciò che avete visto vi spingerà alla creazione di nuovi eventi o punti di incontro per la comunità LGBT+ su suolo italiano. D’altronde, le idee migliori germogliano grazie alla contaminazione.

Tratto da FV magazine n.63
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