
Non c’è che l’imbarazzo della scelta.
Un limone antico milioni di anni potrebbe salvare le arance del mondo
Con un miliardo di alberi di agrumi in tutto il mondo, perché mai dovremmo preoccuparci di perdere uno strano limoncino indiano, coltivato da millenni in una remota regione subhimalaiana? Forse perché nonostante sia brutto, pieno di semini, acidissimo e molto amaro, potrebbe salvare le coltivazioni di arance dell’intero pianeta.
Gli antenati comuni
Le premesse da fare sono almeno due. In tutto il globo, dall’Italia ai Caraibi, dal Sud-Est asiatico all’Africa, arance, limoni, lime e pompelmi sono tra i frutti più popolari e tutti hanno tre antenati comuni: il mandarino (Citrus reticulata), il pomelo (Citrus grandis) e il cedro (Citrus medica).
Le arance, siano esse Navel o Sanguinella, Ribera o Tarocco, sono tutte un ibrido di mandarino e pomelo; i limoni, indipendentemente dalla varietà, un incrocio di cedri e arance aspre; e il pompelmo, agrume giovanissimo, nato solo trecento anni fa sull’isola di Barbados, è il figlio di un’arancia dolce e un pomelo. Di alcuni agrumi, infatti, si conosce letteralmente il certificato di nascita, come delle clementine, spuntate la prima volta nel giardino di un orfanotrofio a Misserghin, Algeria, nel 1902 (anche se esistono ipotesi che ne collocano la nascita in Cina secoli prima, mentre in Algeria identificherebbero solo il suo punto di approdo occidentale. Ma, almeno in questa sede, si tratta di dettagli).
DNA, agrumi e Il frutto indiano
Secondo elemento di radicale importanza è che dal 2018, quando è stato sequenziato il DNA di tutti i principali agrumi, si è arrivati a ipotizzare che circa otto milioni di anni fa un singolo frutto selvatico, l’Adamo di tutti gli agrumi del mondo, sia nato nel nord-est dell’India. Siamo in un periodo di rapido cambiamento climatico: i monsoni del Paleogene, durati quasi quaranta milioni di anni, cominciano a calmarsi, il paesaggio si fa più secco e le condizioni diventano più favorevoli allo sviluppo di una nuova flora. Spunta così l’antenato di tutti gli agrumi che fra continui incroci e ibridazioni attraversa le ere e assiste, milioni di anni dopo, alla comparsa dei primi esseri umani. I quali, a loro volta, cominciano il lunghissimo processo di selezione dei frutti che mangiamo oggi: cugini lontanissimi di quell’antico progenitore oggi scomparso. Oppure no? Se quel lontano avo fosse ancora tra di noi, che aspetto avrebbe? Seguitemi in un viaggio ai confini del mondo.
Il Citrus indica
Nella remota regione di Meghalaya, nel nord-est dell’India, in una stretta lingua di terra fra Nepal, Bangladesh e Bhutan, territorio della tribù dei Khasi, oasi di eccezionale biodiversità immersa nelle foreste subhimalaiane, ancora esistono macchie boschive di agrumi selvatici. Qui, il Citrus indica, chiamato dagli indigeni Memang Narang (l’assonanza fra narang e arancia non è un caso), è non solo un prodotto alimentare, ma una pianta sacra. Amarissimo, acido e pieno di semi, è straordinariamente ricco di polifenoli: sostanze antimicrobiche e insetticide così efficaci che gli indigeni ne usano i frutti per cospargere i corpi dei defunti, che così vengono preservati dall’attacco di insetti e larve.
La teoria che questo limone possa essere l’antenato originale di tutti gli agrumi è più che una semplice ipotesi e sono diversi i laboratori nel mondo che stanno lavorando al sequenziamento del suo DNA. Ora, con oltre un miliardo di alberi di arance in tutto il mondo, che senso ha interessarsi a poche centinaia di piante selvatiche che fanno frutti quasi immangiabili in una remota regione indiana? Forse perché da un parente strettissimo del Memang Narang rinvenuto nella stessa area, i ricercatori dell’Università della Florida hanno estratto nel 2020 l’unica molecola che fino ad oggi si è rivelata efficace per combattere l’HLB, comunemente nota come malattia degli agrumi, un batterio che ha provocato negli ultimi sei anni oltre cinque miliardi e mezzo di dollari di danni in Cina e Stati Uniti e minaccia l’intera produzione mondiale di agrumi.
di Fabio Zaccaria
articolo tratto da FV magazine 68
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