
” Ci troviamo di fronte alla più grande crisi biologica da sessantacinque milioni di anni a questa parte, ma nonostante tutto lo scibile di cui disponiamo non cambiamo il nostro modo di essere e di agire “
Uccidere l’orso: perché non impariamo?
L’11 settembre saranno dodici anni che l’orsa Daniza è stata ammazzata e, come ogni bimestre di agosto e settembre, vogliamo tornare a ricordarla e a riflettere, affinché la sua morte non cada nell’oblio. Molti plantigradi prima e dopo di lei sono morti per mano dell’uomo, ancor più i selvatici, protetti o cacciabili che siano. Una strage che si consuma quotidianamente e che è sintomo che no, qualcosa proprio non va nel modo in cui ci rapportiamo con le specie diverse dalla nostra e con gli ambienti naturali. Un tema che il naturalista e divulgatore ambientale Gabriele Bertacchini analizza nel suo Di fronte all’orso (Infinito Edizioni, 2025), osservando quanto la cultura che ci siamo costruiti sia fallace e nefasta, non solo per gli orsi, ma per noi stessi.
I trentini di oggi non conoscono realmente gli orsi, quello che vivono di questi animali è un contatto viziato (dalla politica interessata, dal tornaconto degli allevatori-cacciatori, dall’informazione finanziata da lobby), quando e come s’è persa l’esperienza reale e costruttiva?
È difficile individuare un momento storico ben preciso, in quanto si è trattato di un lungo e progressivo processo, che si è intensificato nel corso della seconda metà del Novecento e ci ha portato fino a oggi. Abbiamo creato una frattura percettiva tra noi e quello che chiamiamo ambiente. Viviamo in un mondo da noi costruito che possiede “regole” diverse da quelle che si possono trovare nei boschi o in montagna. La comprensione di quel mondo e di quelle regole viene spesso affidata a informazioni esterne, anche se magari viviamo a contatto con quegli ambienti. Si tratta di una conoscenza filtrata, basata su una “realtà” artefatta, frutto del nostro intervento, nella quale si perdono i princìpi propri di una relazione.
Per giunta, per quanto riguarda gli orsi in Trentino, c’è un vuoto culturale che ha coinvolto e riguardato più di una generazione (ricordiamoci che alla fine Novecento gli orsi, in questo territorio, erano praticamente estinti e che già nella seconda metà erano poco presenti). Sono stati reintrodotti, ma nel mentre non sono maturati atteggiamenti e pensieri funzionali a una nuova loro presenza, da cui anche la nascita di una serie di nostri comportamenti e atteggiamenti sbagliati che hanno facilitato l’insorgere di un conflitto oggi non più semplice da sanare.
Abbiamo visto, purtroppo, come il monitoraggio della fauna selvatica sia passato da strumento positivo, che ci permetteva la conoscenza, a negativo, che serve per controllare ed eventualmente eliminare. Dove è giusto spingerci con la nostra voglia di curiosità?
Oggi basiamo il nostro sapere su una conoscenza di tipo nozionistico, quindi fatta di dati e numeri. Siamo consapevoli, ad esempio, di quanto e come si spostano i diversi animali. Ma le domande che pongo sono le seguenti: “Tutte queste informazioni ci hanno forse riavvicinato alla natura? Hanno colmato la frattura e il solco tra noi e loro? Ci stanno forse permettendo di proteggere le diverse forme di vita che popolano il pianeta?” Ci troviamo di fronte alla più grande crisi biologica da sessantacinque milioni di anni a questa parte, ma nonostante tutto lo scibile di cui disponiamo non cambiamo il nostro modo di essere e di agire, continuiamo a invadere spazi e sostituire la biomassa con oggetti da noi costruiti. È come se tutto quello studio, per un certo verso, fosse fine a se stesso. La nostra, infatti, è in primis una crisi dell’interiorità e del sentire e l’attuale crisi ambientale ne è una conseguenza.
Sia chiaro: non sto dicendo che sia sbagliato imparare, del resto la voglia di apprendere è un processo che fa parte di noi e di quello che siamo; sto affermando che il sentire e i pensieri vengono prima delle nozioni, che l’accettazione del non potere sapere tutto fa parte del processo di conoscenza stesso ed è in grado di dirigere la ricerca.
Non essere sicuri di dove va un lupo quando scompare nel bosco, perché non è tracciato per mezzo di un radiocollare, ci permette di comprendere altre cose rispetto al tragitto che ha percorso, forse più profonde e intime. Ci riconduce a un’esperienza basata su un rapporto di rispetto. Il senso di mistero diventa dunque cultura stessa che innalza il nostro essere.
La nostra voglia di sapere, quindi, ritengo abbia dei limiti. L’accettazione di quei limiti — dettati dal riconoscere la sacralità degli altri — permette a noi stessi di collocarci su un’altra dimensione rispetto a quella che abbiamo costruito. Quei freni spariscono quando cominciamo a usare gli “altri” come se fossero oggetti funzionali a un nostro personale studio, che, ricordiamolo, serve a noi e non a loro. La ricostruzione di quelle barriere, pertanto, è un passaggio fondamentale che dobbiamo compiere se vogliamo sanare un rapporto che si è perduto.
Man mano che le politiche iniziate da Rossi e portate avanti da Fugatti si sono consolidate, abbiamo assistito a stratagemmi per aggirare leggi, autorità e manipolare l’opinione pubblica al fine di uccidere o mettere in cattività nuovi plantigradi; tu descrivi bene questi eventi e sei molto sfiduciato che possano trovare un argine. Come mai?
Perché noto una volontà popolare, una maggioranza, che va in una direzione ben precisa. Ovvero, sempre di più, si interpretano gli spazi naturali come prolungamenti delle nostre città, in cui si possono fare attività di vario genere. Gli spazi naturali e i diversi esseri che li popolano finiscono per perdere la propria identità e per divenire qualche cosa d’altro rispetto a quello che sono realmente.
Non so dire quanto sia stata la politica a influenzare una visione popolare o quanto la politica sia stata influenzata dal pensiero comune. Penso che le due cose siano profondamente legate e procedano di pari passo.
È come se avessimo costruito un modello che non riusciamo ad abbandonare e nemmeno più a indirizzare. Il nuovo paradigma sta guidando un modo di agire e di pensare ed è molto più facile mettersi al suo servizio e continuare ad assecondarlo, che cambiarlo. Succede così che le scelte politiche divengono funzionali allo schema, visto che se si mettessero in discussione le decisioni delle amministrazioni non sarebbero di certo accettate dagli elettori.
Tuttavia, quello che sostengo è che questo modello è funzionale al modello stesso e non a noi quanto persone che vivono assieme ad altre su questa Terra: non risponde a leggi fisiche o biologiche, per questo potrebbe anche essere cambiato, mentre le leggi fisiche e biologiche che regolano il nostro pianeta non possono essere modificate a nostro piacimento.
Attraverso dossier e studi tu mostri come le uccisioni di KJ1 e degli altri orsi hanno reso i boschi del Trentino “più sicuri di uno zero virgola zero e qualcosa”, secondo i dati della scienza. Com’è possibile che le persone non comprendano che la sicurezza non passa dalla cancellazione dei plantigradi?
Cosa succederebbe se tutti i giorni venissero pubblicati a piena pagina articoli riguardanti i morti da polveri sottili e altri inquinanti in Pianura Padana? Da un lato, la mente dell’uomo è condizionabile; dall’altro, c’è forse una paura atavica che è radicata in noi.
L’orso è più forte di noi; ci riconduce a un senso di fragilità che ci fa paura. Tuttavia, ritengo che un minimo di timore nei suoi confronti sia giusto e non vada cancellato (a patto che non si trasformi in fobia o terrore, come sta avvenendo), in quanto ci può riportare a un senso di riverenza nei confronti delle altre forme di vita e ci può aiutare a entrare nei boschi in altra maniera, attivando sensi e percezioni che nella società moderna abbiamo smarrito.
C’è però anche un’altra questione che intendo sottolineare: accettiamo rischi molto superiori prodotti da noi stessi (pensiamo solo ai mezzi di trasporto e ai cibi non sempre sani che mangiamo, ad esempio), mentre rifiutiamo rischi minimi che non appartengono al mondo che abbiamo creato e questo la dice lunga sulla separazione che si è formata tra noi e il resto del pianeta.
Cosa ne pensi del fatto che l’amministrazione trentina ha deciso di risarcire anche gli allevamenti di trote, perché i troticoltori hanno lamentato predazioni dai grandi carnivori?
Tutte le attività commerciali presentano dei rischi di impresa. L’errore è pensare che, in un ambiente naturale, tali rischi non ci possano essere. Ritengo pertanto sia una scelta funzionale a portare facile consensi, ma che non va a modificare un modo di intendere gli spazi.
A cosa può portare la politica della “gestione” di flora e fauna, politica che l’uomo ritiene necessaria per l’esistenza delle stesse flora e fauna e grazie alla quale giustifica il “contenimento” (che significa uccisione) di alcune specie, tra cui l’orso?
Ha già portato a una banalizzazione interpretativa della realtà naturale: una delle caratteristiche principali della natura è infatti l’imprevedibilità, mentre noi la stiamo rendendo prevedibile e la stiamo guardando come se fosse qualcosa di fisso e schematico. Confondiamo le parole e trasliamo l’idea di giardino e di parco alle diverse componenti spontanee, come una montagna, un bosco o un litorale. Pur consapevole che parte dei paesaggi che oggi chiamiamo “naturali” sono il risultato di una lunga interazione con la nostra specie, ritengo che tale modello gestionale porti sempre più a una falsificazione degli spazi esterni alla nostra realtà tanto da uniformarli a una nostra visione.
Il danno non è solo di carattere concettuale poiché va a ostacolare quei processi evolutivi che da sempre vivificano il pianeta. Stiamo trasformando un sistema complesso in un sistema lineare, secondo una logica puramente meccanicistica. Noi non conosciamo tutte le variabili di un sistema biologico. Ammettere ciò significa lasciare agire i processi autopoietici che da sempre regolano e governano la Terra; saranno tali processi a trovare soluzioni “creative” alle diverse situazioni che noi gli stiamo mettendo davanti.
Una delle argomentazioni portate avanti dalle politiche antiorso è che i boschi sono dei trentini, li conoscono loro e ci vivono vicino loro e noi, che non siamo nati su quel suolo, non possiamo permetterci di esprimerci. Come sei arrivato a paragonare — in modo molto elegante — Fugatti a Bolsonaro?
L’errore è pensare che un pezzo di terra ci possa appartenere.
Bolsonaro sosteneva che la foresta amazzonica apparteneva ai brasiliani, che pertanto avrebbero potuto farci quello che volevano, anche campi di soia funzionali a sostenere la produzione di carne. Ritengo che la dichiarazione si commenti da sola, per via di tutte le implicazioni che comporta, ambientali e non.
Premesso che abito in Trentino, di certo chi vive un territorio ne è in qualche modo anche custode. Ma chi non è del posto ha ugualmente il diritto e il dovere di esprimersi, per il fine comune di non violare il pianeta e le sue forme viventi. Se così non fosse, come scrivo: “[…] la Terra e i suoi abitanti potrebbero essere scomposti in piccole particelle tutte soggette a un processo di desacralizzazione che le renderebbe merci disponibili per gli abitanti di un luogo”.
Nel volume guardi a come economia e politica sono state in grado di distruggere paesaggi e porti il caso dell’isola di Nauru, uno su troppi che abbiamo visto dal secolo scorso. Combattere gli orsi può essere un primo passo?
La tesi che porto avanti è che le uccisioni che riguardano gli orsi sono prima di tutto questioni di carattere ecologico che non vogliono essere affrontate, poiché scomode e non in sintonia con il modello di cui ho parlato in apertura. L’orso ci mette di fronte a limiti che non vogliamo accettare.
Il nostro attuale modello economico, non a caso, è incentrato anche sul superamento di tali limiti. Il rischio è quindi, sempre più, di perdere quei “confini” che il mondo fisico ci impone o ci imporrebbe.
Abbiamo già creato un nostro spazio all’interno del pianeta, spazio che si sta sempre più espandendo tanto che stiamo costruendo un unico grande territorio, tutto uguale, dove si smarriscono le diversità (non solo biologiche). Il fatto è che questo nostro ambiente non è in grado di autosostenersi e di garantire la vita alla nostra stessa specie, poiché per vivere dipendiamo da una serie di fattori esterni.
Chiaramente, legare le uccisioni degli orsi alla nostra sopravvivenza è una forzatura e un’esagerazione, ma quello che cerco di dire è: fermiamoci, ascoltiamo il respiro della Terra e ammettiamo gli errori che sono stati fatti.
Nel fare un passo indietro, quelle forme di vita che tornano a farsi vedere — come l’orso — possono essere per noi di grande aiuto, poiché, senza strumentalizzarle, per vivere — e non per sopravvivere — ci obbligano a rivedere la percezione degli spazi e a cambiare modelli produttivi. Ci invitano a riconsiderare lo spirito colonialista che stiamo portando avanti, con la consapevolezza che la parola “crisi”, con rimando alla propria etimologia greca, significa “scelta”, “opportunità”.
È iniziato il monitoraggio all’interno del Parco dello Stelvio, in Lombardia, per capire se e quale è la presenza dell’orso. La Lombardia può diventare un secondo Trentino?
Iniziamo col dire che nel progetto di reintroduzione iniziale — dal quale prendo comunque le distanze, in quanto la mia idea di conservazione non si basa sullo spostare animali da una parte all’altra ma sul ristabilire un tessuto connettivo — non si parlava di Trentino ma di Alpi Centrali, quindi la Lombardia era contemplata in quanto regione confinante. Gli orsi si spostano, e molto; non possono essere confinati. Ci ricordano che le separazioni politiche sono frutto di una nostra interpretazione degli spazi. In Lombardia, del resto, già in più occasioni si è registrata una loro frequentazione, seppur limitata.
Purtroppo ritengo che il quadro che c’è in Trentino sarà lo stesso che ci sarà anche in Lombardia. Si sta creando una visione e un sistema gestionale della fauna selvatica diffuso e comune. In questo, ritengo che la comunità scientifica dalla quale provengo abbia responsabilità chiare, avendo intercettato motivazioni di carattere economico e politico che si sono sostituite a ideali più alti.
di Elisa Orlandotti
Articolo tratto da FV magazine 76

” Ci troviamo di fronte alla più grande crisi biologica da sessantacinque milioni di anni a questa parte, ma nonostante tutto lo scibile di cui disponiamo non cambiamo il nostro modo di essere e di agire “
Uccidere l’orso: perché non impariamo?
L’11 settembre saranno dodici anni che l’orsa Daniza è stata ammazzata e, come ogni bimestre di agosto e settembre, vogliamo tornare a ricordarla e a riflettere, affinché la sua morte non cada nell’oblio. Molti plantigradi prima e dopo di lei sono morti per mano dell’uomo, ancor più i selvatici, protetti o cacciabili che siano. Una strage che si consuma quotidianamente e che è sintomo che no, qualcosa proprio non va nel modo in cui ci rapportiamo con le specie diverse dalla nostra e con gli ambienti naturali. Un tema che il naturalista e divulgatore ambientale Gabriele Bertacchini analizza nel suo Di fronte all’orso (Infinito Edizioni, 2025), osservando quanto la cultura che ci siamo costruiti sia fallace e nefasta, non solo per gli orsi, ma per noi stessi.

I trentini di oggi non conoscono realmente gli orsi, quello che vivono di questi animali è un contatto viziato (dalla politica interessata, dal tornaconto degli allevatori-cacciatori, dall’informazione finanziata da lobby), quando e come s’è persa l’esperienza reale e costruttiva?
È difficile individuare un momento storico ben preciso, in quanto si è trattato di un lungo e progressivo processo, che si è intensificato nel corso della seconda metà del Novecento e ci ha portato fino a oggi. Abbiamo creato una frattura percettiva tra noi e quello che chiamiamo ambiente. Viviamo in un mondo da noi costruito che possiede “regole” diverse da quelle che si possono trovare nei boschi o in montagna. La comprensione di quel mondo e di quelle regole viene spesso affidata a informazioni esterne, anche se magari viviamo a contatto con quegli ambienti. Si tratta di una conoscenza filtrata, basata su una “realtà” artefatta, frutto del nostro intervento, nella quale si perdono i princìpi propri di una relazione.
Per giunta, per quanto riguarda gli orsi in Trentino, c’è un vuoto culturale che ha coinvolto e riguardato più di una generazione (ricordiamoci che alla fine Novecento gli orsi, in questo territorio, erano praticamente estinti e che già nella seconda metà erano poco presenti). Sono stati reintrodotti, ma nel mentre non sono maturati atteggiamenti e pensieri funzionali a una nuova loro presenza, da cui anche la nascita di una serie di nostri comportamenti e atteggiamenti sbagliati che hanno facilitato l’insorgere di un conflitto oggi non più semplice da sanare.
Abbiamo visto, purtroppo, come il monitoraggio della fauna selvatica sia passato da strumento positivo, che ci permetteva la conoscenza, a negativo, che serve per controllare ed eventualmente eliminare. Dove è giusto spingerci con la nostra voglia di curiosità?
Oggi basiamo il nostro sapere su una conoscenza di tipo nozionistico, quindi fatta di dati e numeri. Siamo consapevoli, ad esempio, di quanto e come si spostano i diversi animali. Ma le domande che pongo sono le seguenti: “Tutte queste informazioni ci hanno forse riavvicinato alla natura? Hanno colmato la frattura e il solco tra noi e loro? Ci stanno forse permettendo di proteggere le diverse forme di vita che popolano il pianeta?” Ci troviamo di fronte alla più grande crisi biologica da sessantacinque milioni di anni a questa parte, ma nonostante tutto lo scibile di cui disponiamo non cambiamo il nostro modo di essere e di agire, continuiamo a invadere spazi e sostituire la biomassa con oggetti da noi costruiti. È come se tutto quello studio, per un certo verso, fosse fine a se stesso. La nostra, infatti, è in primis una crisi dell’interiorità e del sentire e l’attuale crisi ambientale ne è una conseguenza.
Sia chiaro: non sto dicendo che sia sbagliato imparare, del resto la voglia di apprendere è un processo che fa parte di noi e di quello che siamo; sto affermando che il sentire e i pensieri vengono prima delle nozioni, che l’accettazione del non potere sapere tutto fa parte del processo di conoscenza stesso ed è in grado di dirigere la ricerca.
Non essere sicuri di dove va un lupo quando scompare nel bosco, perché non è tracciato per mezzo di un radiocollare, ci permette di comprendere altre cose rispetto al tragitto che ha percorso, forse più profonde e intime. Ci riconduce a un’esperienza basata su un rapporto di rispetto. Il senso di mistero diventa dunque cultura stessa che innalza il nostro essere.
La nostra voglia di sapere, quindi, ritengo abbia dei limiti. L’accettazione di quei limiti — dettati dal riconoscere la sacralità degli altri — permette a noi stessi di collocarci su un’altra dimensione rispetto a quella che abbiamo costruito. Quei freni spariscono quando cominciamo a usare gli “altri” come se fossero oggetti funzionali a un nostro personale studio, che, ricordiamolo, serve a noi e non a loro. La ricostruzione di quelle barriere, pertanto, è un passaggio fondamentale che dobbiamo compiere se vogliamo sanare un rapporto che si è perduto.
Man mano che le politiche iniziate da Rossi e portate avanti da Fugatti si sono consolidate, abbiamo assistito a stratagemmi per aggirare leggi, autorità e manipolare l’opinione pubblica al fine di uccidere o mettere in cattività nuovi plantigradi; tu descrivi bene questi eventi e sei molto sfiduciato che possano trovare un argine. Come mai?
Perché noto una volontà popolare, una maggioranza, che va in una direzione ben precisa. Ovvero, sempre di più, si interpretano gli spazi naturali come prolungamenti delle nostre città, in cui si possono fare attività di vario genere. Gli spazi naturali e i diversi esseri che li popolano finiscono per perdere la propria identità e per divenire qualche cosa d’altro rispetto a quello che sono realmente.
Non so dire quanto sia stata la politica a influenzare una visione popolare o quanto la politica sia stata influenzata dal pensiero comune. Penso che le due cose siano profondamente legate e procedano di pari passo.
È come se avessimo costruito un modello che non riusciamo ad abbandonare e nemmeno più a indirizzare. Il nuovo paradigma sta guidando un modo di agire e di pensare ed è molto più facile mettersi al suo servizio e continuare ad assecondarlo, che cambiarlo. Succede così che le scelte politiche divengono funzionali allo schema, visto che se si mettessero in discussione le decisioni delle amministrazioni non sarebbero di certo accettate dagli elettori.
Tuttavia, quello che sostengo è che questo modello è funzionale al modello stesso e non a noi quanto persone che vivono assieme ad altre su questa Terra: non risponde a leggi fisiche o biologiche, per questo potrebbe anche essere cambiato, mentre le leggi fisiche e biologiche che regolano il nostro pianeta non possono essere modificate a nostro piacimento.
Attraverso dossier e studi tu mostri come le uccisioni di KJ1 e degli altri orsi hanno reso i boschi del Trentino “più sicuri di uno zero virgola zero e qualcosa”, secondo i dati della scienza. Com’è possibile che le persone non comprendano che la sicurezza non passa dalla cancellazione dei plantigradi?
Cosa succederebbe se tutti i giorni venissero pubblicati a piena pagina articoli riguardanti i morti da polveri sottili e altri inquinanti in Pianura Padana? Da un lato, la mente dell’uomo è condizionabile; dall’altro, c’è forse una paura atavica che è radicata in noi.
L’orso è più forte di noi; ci riconduce a un senso di fragilità che ci fa paura. Tuttavia, ritengo che un minimo di timore nei suoi confronti sia giusto e non vada cancellato (a patto che non si trasformi in fobia o terrore, come sta avvenendo), in quanto ci può riportare a un senso di riverenza nei confronti delle altre forme di vita e ci può aiutare a entrare nei boschi in altra maniera, attivando sensi e percezioni che nella società moderna abbiamo smarrito.
C’è però anche un’altra questione che intendo sottolineare: accettiamo rischi molto superiori prodotti da noi stessi (pensiamo solo ai mezzi di trasporto e ai cibi non sempre sani che mangiamo, ad esempio), mentre rifiutiamo rischi minimi che non appartengono al mondo che abbiamo creato e questo la dice lunga sulla separazione che si è formata tra noi e il resto del pianeta.
Cosa ne pensi del fatto che l’amministrazione trentina ha deciso di risarcire anche gli allevamenti di trote, perché i troticoltori hanno lamentato predazioni dai grandi carnivori?
Tutte le attività commerciali presentano dei rischi di impresa. L’errore è pensare che, in un ambiente naturale, tali rischi non ci possano essere. Ritengo pertanto sia una scelta funzionale a portare facile consensi, ma che non va a modificare un modo di intendere gli spazi.
A cosa può portare la politica della “gestione” di flora e fauna, politica che l’uomo ritiene necessaria per l’esistenza delle stesse flora e fauna e grazie alla quale giustifica il “contenimento” (che significa uccisione) di alcune specie, tra cui l’orso?
Ha già portato a una banalizzazione interpretativa della realtà naturale: una delle caratteristiche principali della natura è infatti l’imprevedibilità, mentre noi la stiamo rendendo prevedibile e la stiamo guardando come se fosse qualcosa di fisso e schematico. Confondiamo le parole e trasliamo l’idea di giardino e di parco alle diverse componenti spontanee, come una montagna, un bosco o un litorale. Pur consapevole che parte dei paesaggi che oggi chiamiamo “naturali” sono il risultato di una lunga interazione con la nostra specie, ritengo che tale modello gestionale porti sempre più a una falsificazione degli spazi esterni alla nostra realtà tanto da uniformarli a una nostra visione.
Il danno non è solo di carattere concettuale poiché va a ostacolare quei processi evolutivi che da sempre vivificano il pianeta. Stiamo trasformando un sistema complesso in un sistema lineare, secondo una logica puramente meccanicistica. Noi non conosciamo tutte le variabili di un sistema biologico. Ammettere ciò significa lasciare agire i processi autopoietici che da sempre regolano e governano la Terra; saranno tali processi a trovare soluzioni “creative” alle diverse situazioni che noi gli stiamo mettendo davanti.
Una delle argomentazioni portate avanti dalle politiche antiorso è che i boschi sono dei trentini, li conoscono loro e ci vivono vicino loro e noi, che non siamo nati su quel suolo, non possiamo permetterci di esprimerci. Come sei arrivato a paragonare — in modo molto elegante — Fugatti a Bolsonaro?
L’errore è pensare che un pezzo di terra ci possa appartenere.
Bolsonaro sosteneva che la foresta amazzonica apparteneva ai brasiliani, che pertanto avrebbero potuto farci quello che volevano, anche campi di soia funzionali a sostenere la produzione di carne. Ritengo che la dichiarazione si commenti da sola, per via di tutte le implicazioni che comporta, ambientali e non.
Premesso che abito in Trentino, di certo chi vive un territorio ne è in qualche modo anche custode. Ma chi non è del posto ha ugualmente il diritto e il dovere di esprimersi, per il fine comune di non violare il pianeta e le sue forme viventi. Se così non fosse, come scrivo: “[…] la Terra e i suoi abitanti potrebbero essere scomposti in piccole particelle tutte soggette a un processo di desacralizzazione che le renderebbe merci disponibili per gli abitanti di un luogo”.
Nel volume guardi a come economia e politica sono state in grado di distruggere paesaggi e porti il caso dell’isola di Nauru, uno su troppi che abbiamo visto dal secolo scorso. Combattere gli orsi può essere un primo passo?
La tesi che porto avanti è che le uccisioni che riguardano gli orsi sono prima di tutto questioni di carattere ecologico che non vogliono essere affrontate, poiché scomode e non in sintonia con il modello di cui ho parlato in apertura. L’orso ci mette di fronte a limiti che non vogliamo accettare.
Il nostro attuale modello economico, non a caso, è incentrato anche sul superamento di tali limiti. Il rischio è quindi, sempre più, di perdere quei “confini” che il mondo fisico ci impone o ci imporrebbe.
Abbiamo già creato un nostro spazio all’interno del pianeta, spazio che si sta sempre più espandendo tanto che stiamo costruendo un unico grande territorio, tutto uguale, dove si smarriscono le diversità (non solo biologiche). Il fatto è che questo nostro ambiente non è in grado di autosostenersi e di garantire la vita alla nostra stessa specie, poiché per vivere dipendiamo da una serie di fattori esterni.
Chiaramente, legare le uccisioni degli orsi alla nostra sopravvivenza è una forzatura e un’esagerazione, ma quello che cerco di dire è: fermiamoci, ascoltiamo il respiro della Terra e ammettiamo gli errori che sono stati fatti.
Nel fare un passo indietro, quelle forme di vita che tornano a farsi vedere — come l’orso — possono essere per noi di grande aiuto, poiché, senza strumentalizzarle, per vivere — e non per sopravvivere — ci obbligano a rivedere la percezione degli spazi e a cambiare modelli produttivi. Ci invitano a riconsiderare lo spirito colonialista che stiamo portando avanti, con la consapevolezza che la parola “crisi”, con rimando alla propria etimologia greca, significa “scelta”, “opportunità”.
È iniziato il monitoraggio all’interno del Parco dello Stelvio, in Lombardia, per capire se e quale è la presenza dell’orso. La Lombardia può diventare un secondo Trentino?
Iniziamo col dire che nel progetto di reintroduzione iniziale — dal quale prendo comunque le distanze, in quanto la mia idea di conservazione non si basa sullo spostare animali da una parte all’altra ma sul ristabilire un tessuto connettivo — non si parlava di Trentino ma di Alpi Centrali, quindi la Lombardia era contemplata in quanto regione confinante. Gli orsi si spostano, e molto; non possono essere confinati. Ci ricordano che le separazioni politiche sono frutto di una nostra interpretazione degli spazi. In Lombardia, del resto, già in più occasioni si è registrata una loro frequentazione, seppur limitata.
Purtroppo ritengo che il quadro che c’è in Trentino sarà lo stesso che ci sarà anche in Lombardia. Si sta creando una visione e un sistema gestionale della fauna selvatica diffuso e comune. In questo, ritengo che la comunità scientifica dalla quale provengo abbia responsabilità chiare, avendo intercettato motivazioni di carattere economico e politico che si sono sostituite a ideali più alti.
di Elisa Orlandotti
Articolo tratto da FV magazine 76
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