Lasciamo il Paese con gli occhi pieni di meraviglia: le Fær Øer sono un luogo straordinario dove non perdete mai la voglia di continuare a esplorare e amare i panorami.”
di Giuseppe Fabris
Isole Faringie, Fær Øer, Faroe, Føroyar, Færøerne, come preferite chiamarle a seconda della vostra provenienza, sono un piccolo punto sulla mappa all’incirca a metà tra la Scozia e l’Islanda.
La leggenda della nascita delle Fær Øer
La leggenda narra che, in un passato molto remoto, il re d’Islanda volle annettere al suo regno una grande isola che sorgeva dall’oceano. Fu così che ordinò a un gigante e una strega, i cui nomi erano Risin e Kellingin, di trascinarla: i due tesero una corda e tirarono per tutta la notte, ma con il solo effetto di rompere la grande roccia in diciotto piccole isole. Sconfortati tentarono il ritorno in patria, ma il sole appena sorto li trasformò in pietra mentre si rivolgevano verso la loro terra natia. E queste colonne di pietra sono ancora lì, schiaffeggiate dal vento e dall’oceano, visibili da diversi punti per ricordare a ogni altro invasore intenzionato a conquistare quelle terre che l’impresa non sarà facile come pensa.

Risin e Kellingin © AdobeStock
La popolazione al passo con il resto del Mondo
La leggenda, che viene narrata in rielaborazioni più o meno simili, riporta una versione sulla nascita delle isole Fær Øer, che la scienza colloca nel mesozoico, quando queste terre di origini vulcaniche emersero dalle acque: “Noi siamo i vecchi e gli islandesi i bambini”, ci racconta una guida locale. “Ogni anno l’oceano si mangia un piccolo pezzo delle nostre isole, mentre in Islanda l’attività geologica è ancora in pieno fermento”.
Nonostante l’orgoglio per il proprio avventuroso passato, il popolo delle meravigliose isole è molto attento a rimanere al passo con il resto del mondo: così i quarantamila abitanti, anche se sparpagliati in villaggi che non superano le venti abitazioni, hanno tutti Internet che viene lasciato aperto e gratuito in tutti i luoghi pubblici: dall’aeroporto al più piccolo bar. I ristoranti propongono variazioni del menù per ogni esigenza, anche 100% vegetale, e i pagamenti cashless sono accettati quasi ovunque. Gran parte delle isole sono collegate da avveniristici tunnel che passano sotto l’oceano, e dove non arriva l’auto arrivano bus, traghetti o elicotteri.

Tunnel Eysturoy © Visit Faroe Islands
Piano di viaggio
Il viaggio, come lo abbiamo organizzato, prevede dieci giorni di tour in auto: passando da Parigi atterriamo all’aeroporto di Sørvágur, sull’isola di Vágar, e ci dirigiamo verso la capitale, Tórshavn sull’isola di Streymoy, il centro più grande dell’arcipelago. La cittadina, con altri due centri come Klaksvik e Runavik, ricorda molto le città del Nord Europa, ma tra i nuovi palazzi e l’architettura di dubbio gusto si può trovare Tinganes il primo avamposto del governo locale. Qui, nelle classiche case con il tetto d’erba, abitavano i politici che hanno scritto la storia del Paese.
L’erba sui tetti delle abitazioni
L’usanza di coprire d’erba i tetti delle abitazioni proviene dai primi alloggi vichinghi che però erano costruiti in roccia, mentre quelle edificati sotto il dominio norvegese e danese sono in legno, materiale che non si trova più sul territorio faroese, anche se sull’isola di Kalsoy stanno portando avanti un esperimento di riforestazione complicata dalla forza bruta del vento che colpisce ogni giorno queste terre. L’erba ha un duplice vantaggio: da un lato è molto coibentante, dall’altro attutisce i suoni esterni, in particolar modo quello delle gocce di pioggia che cadono per il 70% dell’anno. Dopo aver esplorato i luoghi più caratteristici della capitale, partiamo per il tour che prevede una sosta di due giorni per ognuna delle isole principali procedendo verso est.

Tinganes © AdobeStock
Prepararsi alla magia delle Fær Øer
Fin da prima della partenza abbiamo consultato tutti i video e le foto disponibili su Internet, raccolto più informazioni possibili, ma nulla ci ha preparato a quello che abbiamo trovato una volta arrivati. Le isole nascondono un segreto: un mix di pura bellezza, natura contemporaneamente aspra e dolce e una profonda sensazione di calma. Che siate nelle città principali, di fronte all’oceano o in mezzo a una vallata verdeggiante, vi godrete ogni momento come se il tempo rallentasse.
Isola di Streymoy
Mentre attraversiamo per lungo l’isola di Streymoy, il primo tuffo al cuore sopraggiunge appena arrivati nel punto più a nord, nella remota Tjørnuvík, un pugno di abitazioni incorniciate in un piccolo fiordo che sfocia a nord verso l’oceano. Pensiamo di non trovare nulla di interessante e invece siamo sorpresi da una coppia di anziani che ospitano i turisti in casa, ma visto il bel tempo ci servono nei tavoli della piccola piazzetta: ci offrono una tazza di caffè o tè; qui abbiamo assaggiato una marmellata di rabarbaro davvero speciale. Sono gli unici in tutto il nostro viaggio che non accettano la carta, ma prendono qualsiasi tipo di valuta. Nel piccolo villaggio scopriamo esserci anche una scuola di surf, a sorprenderci però sono i bambini che in maglietta e pantaloncini giocano in spiaggia come se si trovassero in una calda estate mediterranea, mentre noi turisti sembriamo esageratamente coperti. “Quando si arriva a 13°C si va a fare il bagno”, ci racconta una locale. “Anche se l’oceano non supera mai i 6°C”.

Tjornuvik ©AdobeStock
I local
Una doverosa precisazione: i locali sanno che il turismo è una cosa buona per l’economia delle isole, ma non vogliono rinunciare alla loro privacy e ovunque troverete cartelli in cui si chiede ai viaggiatori di non disturbare la quiete del posto, di non fotografare dentro le case e di non usare droni. Ma se vi sembra che questi faroesi siano degli antipatici malmostosi vi sbagliate di grosso, le volte che abbiamo parlato con i locali abbiamo trovato sempre persone solari e cordiali.
Gli animali simbolo delle Fær Øer
Da Tjørnuvík è possibile andare a piedi, passando per le montagne verso il lato ovest dell’isola dove si trova il piccolo borgo di Saksun: da qui si parte per una bellissima camminata sulle sponde di un lago che portano fino all’oceano. L’atmosfera in tutta l’isola è irreale: il verde dell’erba che copre tutto il terreno fino alla punta delle montagne, la moltitudine di volatili e il rumore delle onde creano un mix che infonde una calma difficile da ritrovare altrove.
Nei giorni successivi ci spostiamo verso l’isola di Eysturoy e proprio sulle scogliere che cominciano dal villaggio di Gjógv incontriamo l’animale simbolo delle Fær Øer, oltre alla pecora (Fær in lingua norreno). Il Puffin o Pulcinella di mare è un volatile di piccole dimensioni ma capace di migrazioni incredibili: in primavera arriva per nidificare sulle scogliere delle isole del Nord, a giugno nidifica, nei mesi estivi i cuccioli iniziano a volare e ai primi di settembre ripartono verso lidi più miti. A differenza di altre nazioni come l’Islanda dove questa meravigliosa specie viene cacciata, le Fær Øer hanno deciso da diversi anni di proteggerla.

Puffin © Visit Faroe Island
I protagonisti della Leggenda
Il nostro percorso, continua verso Eiđi, la cittadina più a nord di Eysturoy da cui si può intraprendere una camminata per esplorare il monte Eiðiskollur, dalla cui pendice si osservano dall’alto Risin e Kellingin, gigante e strega della leggenda, ma guardandoci attorno scopriamo nuove angolazioni da cui osservare i villaggi visitati nelle isole circostanti: una vista inebriante che ci carica a molla verso le successive mete.
L’ambiente acquatico
Gli ultimi giorni nelle isole più a ovest di Bordoy e Kalsoy trascorrono così velocemente che ci ritroviamo già in strada per tornare verso Vágar: con un battello visitiamo il paradiso dei volatili Mykines (attenzione: tutti i viaggi in nave possono essere cancellati per le condizioni meteo), arriviamo in auto fino a Gásadalur per vedere l’imponente cascata Múlafossur che si schianta nell’oceano dopo un enorme salto. Dal porto di Sørvágur ci imbarchiamo per una escursione in gommone fuori e dentro il fiordo, con vista sulle splendide strutture rocciose, per poi dirigerci a Miðvágur dove è consigliabile percorrere il sentiero (a pagamento) intorno al lago Sørvágsvatn che finisce a strapiombo sull’oceano.
Tempo di rientrare
Una volta arrivati all’aeroporto i dieci giorni preventivati sono sembrati veramente pochi per vedere anche le isole minori, ma ci danno la motivazione per tornare a visitare queste terre uniche. Lasciamo il Paese con gli occhi pieni di meraviglia: le Fær Øer sono un luogo straordinario dove, anche se il vento vi spazza via con tutta la sua forza, se sulla vostra testa passano più nuvole che sole, non perdete mai la voglia di continuare a esplorare e amare i panorami.

© Photo Cosmokoala – Visit Faroe Islands
Tratto da FV magazine 71
Come organizzare un viaggio da vichingo moderno
Quando abbiamo iniziato a programmare il viaggio alle Fær Øer, tra le opzioni valutate c’erano i pacchetti già organizzati, ma vista la breve distanza tra i punti di interesse, abbiamo deciso di muoverci autonomamente riuscendo anche a ottenere un certo risparmio. Se per le prenotazioni di voli e appartamenti ci siamo riferiti a piattaforme come Skyscanner, Airbnb e Booking, per tutto il resto è altamente consigliato consultare i siti del turismo locale che sono divisi per isola. Anche per affittare l’auto ci siamo appoggiati a una società locale che ha prezzi molto più vantaggiosi dei competitor internazionali. Un acquisto che si è dimostrato veramente indispensabile prima e durante il viaggio è uno stradario, caldamente consigliato in una guida trovata in Rete. Infatti non solo è stato molto utile per definire il tragitto prima della partenza ma ci ha salvato ogni volta che le mappe online consultabili dall’autovettura si perdevano in un bicchiere d’acqua. È possibile acquistare lo stradario su ecommerce o appena atterrati. Abbiamo anche consultato alcune guide tra cui Isole Faroe di Daniela Pulvirenti (Polaris Guide, 2018).
Guidare in queste isole è semplice grazie al poco traffico, ma le strade spesso hanno solo una corsia ed è necessario fare attenzione alle pecore che sono lasciate libere di muoversi ovunque vogliano. Se preferite non guidare, con un abbonamento settimanale di settecento corone (poco meno di cento euro), potrete usare senza limiti gli autobus che attraversano tutte le isole.
Se volete partire all’avventura senza programmare nulla non preoccupatevi, il turismo locale è organizzato così bene che ogni volta che arrivate in uno dei villaggi trovate un parcheggio, un bagno pubblico molto pulito e un cartello con tutte le indicazioni sulla storia del posto, le sue leggende, le cose da vedere e i tragitti per le camminate con indicata la scala di difficoltà.
Per il cibo ci sono supermercati ben riforniti di tutto, gli appartamenti hanno la cucina dove si può preparare qualcosa, i ristoranti hanno offerte veg; non si trovano il tofu o le alternative vegetali ai formaggi ma si sopravvive ampiamente.
Tra storia e leggenda
Nonostante queste isole attualmente rientrino nel regno di Danimarca, i primi coloni arrivati sulle terre furono i vichinghi norvegesi che da poco avevano scoperto l’Islanda; successivamente si stabilirono anche monaci provenienti da Irlanda e Scozia. Le Fær Øer vennero contese dal regno di Norvegia, poi fusosi con quello danese che, nel 1814 ne consolidò il possesso. Nel 1940 subirono l’invasione inglese per opporsi all’occupazione nazista in Danimarca. I britannici costruirono l’aeroporto sull’isola di Vágar e lasciarono l’arcipelago nel 1948 quando venne dichiarato il primo atto di indipendenza. Come se non bastassero i problemi geopolitici, i faroensi, cresciuti con le leggende delle divinità norrene, nei secoli, hanno subito le influenze della chiesa cattolica e di quella protestante: ma, nonostante tutti questi stravolgimenti, il popolo riesce a mantenere inalterato tanto lo spirito dei fondatori, quanto le varie influenze subite nel tempo.
I locali parlano tutti in inglese, ma tra di loro dialogano in faroese, una lingua arcaica che deriva da quella parlata dai primi vichinghi e che non ha nulla a che fare con il norvegese, il danese, o lo scozzese, mentre ha alcune similitudini con l’islandese. È una lingua talmente poco usata che non è nemmeno compresa dal traduttore di Google, tanto che alcuni informatici locali hanno deciso di creare la loro app di traduzione simultanea.
Le loro leggende ora mescolano i miti originali con i simboli cattolici, come quello del Merman, una sorta di folletto acquatico (il nostro tritone) che i pescatori invocavano facendosi il segno della croce. O la saga di Bøur, una leggenda che ricorda molto da vicino la storia di Caino e Abele, con il fratello assassino perdonato da un vescovo, ma morto in mare per non essersi fatto cosa? Esatto, sempre il segno della croce.
Purtroppo la splendida nazione ha anche un enorme difetto, essendo una delle poche che ancora mantiene la tradizione della caccia alla balena. Il Grindadráp è un’usanza sanguinolenta che spesso coinvolge molte altre specie marine, ma il governo locale, negli ultimi anni, sembra voler ascoltare anche la voce che si erge in difesa dei magnifici animali. Sono state imposte infatti limitazioni, vengono usate nuove tecnologie per evitare di danneggiare la flora marina, ma è ancora troppo poco per far sì che questo costume rimanga solo nei libri di storia.
Incuriositevi leggendo altri racconti della nostra sezione Running Away.
